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Libera Viva è l’esito di una relazione lunga un anno e a distanza ravvicinata tra Elisabeth Hölzl e gli spazi dell’ex ospedale psichiatrico Leonardi Bianchi di Napoli. Il luogo e la sua storia hanno coinvolto l’artista tanto da divenire prima, materia di ricerca, e conseguentemente lavoro artistico.

Inizialmente si è trattato quindi di conoscere l’immensa area, circa 20 ettari, occupata dall’imponente complesso del 1909, costituito da ben 54 edifici con spazi apparentemente aperti ma dove in realtà solo la luce non ha mai trovato ostacoli. E’ seguita una raccolta di dati e documenti storici relativi alla gestione del manicomio di cui fanno parte le fotografie d’archivio e il cosidetto fardellario, ovvero il registro compilato per ogni paziente nel momento dell’ammissione.

 

A questo punto, come rileva Emanuela De Cecco nel testo del catalogo, è interessante osservare come si è sviluppato il lavoro di Elisabeth Höezl: tutto si registra su una variazione di temperatura tra il calore dello sguardo empatico dell’artista e il gelo dei dati reali.

Sono i dettagli individuati e fotografati da Hölzl negli spazi immensi del Leonardo Bianchi che ci restituiscono il mistero attuale di un edificio un tempo potentissimo e ne mettono a nudo lo stato di abbandono; la forza di un tempo trova così una rispondenza nell’ampiezza della decadenza che genera uno stato di sospensione fino a trasformarsi, allo sguardo, in sensazione fisica.

Per far riemergere il passato, l’artista ha evidenziato alcune tracce essenziali come i

 

graffiti, segni fisici sulla pelle dell’edificio, gesti di sopravvivenza ora attutiti dalla polvere e dai calcinacci che non eliminano comunque l’eco dolente che le fotografie ci restituiscono. Quest’ultime, assieme agli scatti di interni come la sala TV, rimandano direttamente alle attività che hanno caratterizzato il luogo; altre fotografie registrano invece la presenza di una natura vigorosa e selvaggia che, nel corso degli anni, ha invaso la struttura architettonica, cambiandone i connotati.

Scrive Elisabeth Hölzl nella nota introduttiva: ”La riconquista degli spazi da parte della vegetazione è come una metafora della rivincita della vita sulla costrizione”.

 

È in queste parole che la risonanza con quanto scrive il paesaggista Gilles Clement a proposito dei giardini incolti sembra trasformarsi in una comunanza di sguardi - “L’abbandono di un suolo a se stesso è la condizione essenziale perché si inneschi un processo che porta una terra a maggiori scambi e contaminazioni rispetto a ciò che avviene in condizioni protette”.

 

Le osservazioni di entrambi confluiscono in una visione che mette a nudo i limiti dell’azione umana ed esalta invece la maggiore efficacia dell’azione della natura nel reinventarsi, nel dare spazio alla diversità, nell’includere, traendo da questa attitudine la possibilità di continuare a vivere.

 

17 aprile 2012 - 28 maggio 2012

 

In occasione della mostra è stato pubblicato il libro Libera Viva, Verlag für Moderne Kunst, Nürnberg - Testi a cura di Emanuela De Cecco e Silvie Aigner.

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Zur Ausstellung erscheint das Buch Libera Viva, Verlag fuer Moderne Kunst Nuernberg. Texte von Emanuela De Cecco und Silvie Aigner

Libera viva ist das Ergebnis einer einjährigen Beziehung aus nächster Nähe zwischen

Elisabeth Hölzl und den Räumen des ehemaligen psychiatrischen Krankenhauses

 

Leonardo Bianchi in Neapel. Die Struktur umfasst eine Reihe von Pavillons, die durch lange, immer gleiche, an die Innengärten grenzende Korridore miteinander verbunden sind. Das Gelände erstreckt sich auf einer Gesamtfläche von 20 Hektar und ist heute ein verlassener Raum mit unbestimmter Zukunft.

 

Die Arbeit von Elisabeth Hölzl setzt sich aus einer Serie von Fotografien und aus verschiedenen Zeit-dokumenten wie dem Plan des Geländes, den Archivfotos und dem Effektenregister zusammen, in das die persönlichen, bei seiner Aufnahme abgegebenen Gegenstände des Patienten sowie die Begründung für seine Internierung eingetragen wurden.

 

In Libera viva artikuliert sich die Interaktion unterschiedlicher Ausdrucksmittel außer im Nebeneinander von Fotografien und Dokumenten auch in einer Veränderung der Temperatur: die Wärme durch den empathischen Blick der Künstlerin in ihren Bildern, die eisige Kälte der historischen Daten.

Die aus dem weiten Gelände des Leonardo Bianchi herausgearbeiteten Details lassen das Geheimnis eines einst sehr mächtigen Gebäudes erahnen, legen den Grad seiner Verwahrlosung bloß, wobei die einstige Macht eine Entsprechung im Ausmaß des Verfalls findet. Die Auflösung, die sie kennzeichnet, verwandelt sich beim Anblick in eine physische Empfindung.

 

In einigen Bildern nimmt Hölzl jene Spuren auf, in denen sich die Vergangenheit dieses Ortes in ihrer ganzen Brutalität zeigt: ein Sprechzimmer, die Graffitis - physische Zeichen auf der Haut des Gebäudes, Gesten des Überlebens. Staub und Schutt dämpfen das schmerzhafte Echo, das von diesen Fotografien heute verlassener Räume ausgeht, aber sie beseitigen es nicht.

 

 

Ein Teil der Fotografien halten die Präsenz der Natur fest, insbesondere die Kraft, mit der sie sich der Architektur bemächtigt, sie überwuchert und ihre Merkmale verändert hat.

 

Die Künstlerin schreibt noch in den einleitenden Bemerkungen: „Die Wiedereroberung des Raumes durch die Vegetation ist gleichsam eine Metapher für den Sieg des Lebens über den Zwang“.

 

In diesen Worten scheint sich die Resonanz  mit dem, was der Landschaftsarchitekt Gilles Clement über wilde Gärten schreibt, in eine Gemeinsamkeit des Sehens zu verwandeln, das, von unterschiedlichenBlickwinkeln ausgehend, die Grenzen menschlichen Handels offenlegt.

 

Von einer totalen Niederlage ist dabei nicht die Rede, aber beide verweisen auf die Schwäche, die sich im Streben nach Eroberung und Kontrolle manifestiert und stellen ihm die größere Handlungswirksamkeit der Natur gegenüber, wenn es darum geht, sich neu zu erfinden, Raum für Vielfalt zu schaffen, einzuschließen und damit das Weiterleben zu ermöglichen.